Il perfezionismo si presenta raramente come un problema. Più spesso viene scambiato per una qualità: attenzione, precisione, senso di responsabilità. Chi si riconosce in questo funzionamento tende a dire di sé di essere esigente, accurato, affidabile. E in effetti lo è. Il punto critico emerge quando questa stessa esigenza diventa una trappola silenziosa che impedisce di iniziare alcunché, di concludere progetti importanti, di esporsi per raggiungere i propri obiettivi.
Molti perfezionisti cominciano un percorso di terapia perché si sentono bloccate, nonostante competenze evidenti e un impegno, uno sforzo costante profuso nel tentativo di riuscire a superare l’ostacolo. Il blocco – che può riguardare performance sportive, artistiche, universitarie, scolastiche o anche relazionali e sessuali – testimonia che perfezionismo ha smesso di essere una risorsa e si è tramutato in un problema psicologico.
Quando il perfezionismo diventa un blocco
Il blocco perfezionistico nasce dal tentativo costante di farle nel modo giusto, completo, definitivo. “Perfetto”. Nasce, in altre parole, dalla paura di sbagliare.
Ogni azione viene preceduta da una lunga fase di preparazione e controllo mentale: pensare, ripensare, valutare tutte le variabili, anticipare errori possibili.
Il risultato è paradossale: cercando di evitare l’errore a ogni costo, si rimane fermi. La mente lavora incessantemente, mentre il comportamento si arresta, determinando l’errore degli errori, l’immobilità.
La tentata soluzione che mantiene il problema
Nel modello della Psicoterapia Breve Strategica, il perfezionismo si mantiene attraverso una tentata soluzione molto precisa: rimandare l’azione finché non ci si sente pronti, ovvero totalmente sicuri che l’esito del proprio agire non andrà incontro ad alcuna sbavatura, neppure minima.
Essendo un compito impossibile, un risultato irraggiungibile, questo tentativo dà origine solo a motivi per fermarsi ancora, perfezionare ancora, correggere ancora. Così il controllo, nato per garantire sicurezza, finisce per produrre immobilità e frustrazione.
Il costo emotivo del perfezionismo
Chi vive questo meccanismo sperimenta spesso un dialogo interno severo. Ogni esitazione viene letta come una mancanza personale, ogni ritardo come una prova di inadeguatezza. Progressivamente, al blocco operativo si affianca un senso di autosvalutazione che logora l’autostima.
Nel mio lavoro di psicologa e psicoterapeuta a Roma, incontro spesso persone ad alto funzionamento che si sentono inspiegabilmente ferme proprio nei momenti cruciali della loro vita professionale o personale. Più la posta in gioco è alta, più aumenta la probabilità di incorrere in un blocco perfezionistico.
Come si esce dal blocco perfezionistico
Uscire dal perfezionismo non significa smettere di essere accurati, ma ridurre il controllo che precede l’azione e imparare ad accettare di correre dei piccoli rischi. Gli inglesi utilizzano un’espressione molto efficace per uscire dal blocco perfezionistico: “Done is better than perfect”, ovvero”Realizzato è meglio di perfetto”. Ed è particolarmente vero quando consideriamo che la perfezione, semplicemente, non esiste.
In terapia si lavora per spostare l’attenzione dal pensare al fare, introducendo esperienze emozionali correttive che permettono alla persona di recuperare fiducia nel processo, non nella prestazione perfetta.
Per concludere
Il perfezionismo diventa un problema quando smette di orientare all’eccellenza e inizia a frenare e uccidere qualunque iniziativa. Con l’aiuto di un professionista, è possibile riconoscerlo ed essere guidati a restituire fluidità all’azione, interrompendo il blocco psicologico che, nel tempo, può diventare molto invalidante.




